Mai come in questo momento le sfide di carattere economico, ambientale ed etico che attendono l’umanità imporrebbero, anche a livello locale, una profonda riflessione politica e una disposizione al cambiamento che partisse dalla consapevolezza del limite delle risorse rispetto alle necessità delle generazioni future.
Lo studio conoscitivo allegato al Documento preliminare del PTCP presenta un quadro abbastanza esauriente del contesto economico, ambientale e sociale della provincia di Piacenza. Un contesto con sue peculiarità ma non molto dissimile da quello dell’intera regione emiliana e padana. Un contesto caratterizzato da un’espansione urbanistica sfrenata, collegata ad un enorme consumo di suolo agricolo (perdita di 200.000 ettari in Emilia Romagna dal 1976 al 2003, corrispondente all’intera provincia di Reggio Emilia), una crescita incontrollata della mobilità stradale con riflessi diretti sul peggioramento della qualità dell’aria, una crescita dei consumi di acqua (di cui deteniamo il primato in Italia per la concentrazione di nitrati) e di produzione dei rifiuti, una crescita dei consumi di energia (+ 68% di gasolio in soli 10 anni dal 1995 al 2005, + 39% di energia elettrica nello stesso periodo), con un incremento di emissioni di CO² nella misura del 16% (nonostante gli interventi di ambientalizzazione e trasformazione a metano di gran parte delle centrali termoelettriche che ha abbattuto altre emissioni nocive), in netto contrasto con gli impegni assunti dall’Italia nel protocollo di Kyoto di riduzione del 6,5% entro il 2012. Per tacere poi della perdita progressiva di capacità bioriproduttiva dei sistemi naturali, di biodiversità e del degrado del paesaggio naturale, rurale e urbano.
Si impone quindi un maggiore sforzo di lucidità e una maggiore determinazione nel fare scelte che contribuiscano ad invertire questo modello pericoloso e ad individuare una diversa prospettiva di benessere e di maggiore equità nei confronti dell’ambiente, della qualità del lavoro e della vita.
Compito della pianificazione non è certo quello di condizionare il mercato e la libertà di impresa ma di creare il contesto adatto per stimolare la nascita e la crescita di un’imprenditoria innovativa nell’ambito della produzione materiale ed immateriale, preferibilmente di qualità, di positivo impatto occupazionale e di contenuti costi ambientali.
Occorre quindi un netto stop ad uno sviluppo urbanistico e ad un’ occupazione di suolo agricolo che non sia espressione di effettivi fabbisogni ma della semplice pressione speculativo-finanziaria, di cui le stesse amministrazioni comunali, per le note ragioni di carattere impositivo, sono state le più dirette responsabili. Da questo punto di vista mai come ora è necessario un ruolo regolatore della Provincia, tutt’altro che inutile – come a qualcuno conviene azzardare – per un sano coordinamento delle politiche territoriali e un contenimento, mediante norme cogenti, della pressione espansiva e poco lungimirante degli stessi Comuni. Proposito raggiungibile – va sottolineato – solo grazie ad un seria attuazione della normativa regionale, finora mancata, a causa di continue deroghe e slittamenti di scadenze che hanno dilazionato all’inverosimile gli impegni previsti dalla legge 20/2000, fino a svuotarli nella sostanza. Il diluvio di accordi di programma, varianti e variantine ai Piani Regolatori, prodotto anche recentemente dai Comuni, conferma l’inaccettabile ritardo culturale degli amministratori e la miopia di una politica troppo spesso appiattita sull’interesse economico.
Occorre anche un freno agli insediamenti produttivi, spesso solo di nome, perché di fatto destinati all’espansione della logistica, oggi da tutti denigrata, ma che ha trovato nella nostra provincia – si può ben dire – “terreno fertile”.
Stop all’ulteriore crescita della grande distribuzione, che non deve essere demonizzata ma che ha prodotto, in seguito ad una mancata azione armonizzatrice, effetti devastanti nel tessuto commerciale dei centri storici, con le conseguenze sociali, ambientali ed occupazionali che ormai tutti sono in grado di valutare.
Il tema dell’energia, in cui il nostro territorio si è storicamente distinto, potrebbe rappresentare un elemento centrale su cui giocare la carta di una vera svolta. Premessa l’indisponibilità ad accettare l’opzione nucleare, per motivate ragioni economiche oltre che ambientali, sarebbe quanto mai necessario un Piano Energetico Provinciale che stabilisse i presupposti per lo sviluppo di un sistema innovativo di produzione energetica distribuita e leggera sotto il profilo dell’impatto ambientale. L’attuazione della quasi ventennale normativa sul risparmio energetico degli edifici, pubblici e privati (su questo è in atto un maldestro tentativo – da contrastare con forza – dell’attuale Governo rivolto ad annullare le norme di defiscalizzazione introdotte a favore di chi interviene per migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione), nonché il sostegno di società di gestione di servizi energetici (Energy Service COmpany) nei condomini, nelle scuole, negli ospedali e nelle imprese, rappresenterebbero una straordinaria opportunità imprenditoriale, occupazionale e di ricerca per i giovani. Una pianificazione chiara e mirata indirizzerebbe infine gli opportuni incentivi previsti da Stato e Regione all’impiego delle risorse rinnovabili in impianti finalizzati alla minimizzazione degli impatti ambientali e paesaggistici oltre che alla doverosa riduzione di CO².
Infine il tema delle infrastrutture che rischia di monopolizzare inopportunamente, in nome della Pedemontana, tutta l’attenzione della stampa e del dibattito politico locale. Paradossalmente viene utilizzato il motivo della riduzione dell’inquinamento atmosferico per legittimare la costruzione di nuovi tracciati, bretelle o addirittura superstrade – come qualcuno si ostina ad invocare – che dell’inquinamento sono invece la causa prima. La Pedemontana invece, il cui tracciato proposto dall’Amministrazione Provinciale, quale semplice collegamento intervallivo, a una corsia per direzione, è nel complesso condivisibile, ad eccezione del tratto di collegamento tra il ponte di Tuna e la strada provinciale della Val Tidone che deve essere attentamente valutato – anche mediante un serio percorso partecipativo locale – principalmente sotto il profilo dell’effettiva utilità, rispetto al tracciato già esistente, e delle pesanti ricadute ambientali e paesaggistiche. Si rende necessaria invece una riforma radicale del trasporto pubblico, un rilancio del trasporto ferroviario, anche con carattere metropolitano (a concreto beneficio della qualità della vita di migliaia di pendolari), e il sostegno a modelli di mobilità alternativa (piste ciclabili, car-sharing, individuazione di mobility manager nelle più numerose comunità aziendali e pubbliche); ciò rappresenterebbe una coerente e sostenibile risposta ai nodi irrisolti e così ben rappresentati dal quadro conoscitivo del PTCP e dallo stesso Piano Provinciale della Qualità dell’aria. Questo approccio non esclude ovviamente interventi di integrazione della rete stradale, che talora mostra accertate situazioni di criticità, ma con una logica ispirata alla semplice necessità di messa in sicurezza, di collegamento territoriale e di fluidificazione del traffico, privilegiando il miglioramento di tracciati esistenti, senza imprimere nuove devastanti ferite al paesaggio, destinate più ad accrescere che a contenere il deleterio effetto di urbanizzazione diffusa.
In un quadro così contraddittorio fra gli indirizzi del PTCP e alcuni interventi dallo stesso Piano previsti, emergono anche alcuni elementi di conforto quali la redazione di uno schema direttore della rete ecologica, l’orientamento ad una maggiore tutela del paesaggio, non solo di pregio naturalistico, ma anche di quello rurale e periurbano, dell’architettura rurale, della rete dei canali artificiali, ecc. Novità che rappresentano un deciso salto di qualità nella consapevolezza del valore del territorio, da valorizzare non solo in termini di brutale sfruttamento ma di esaltazione e tutela delle sue qualità. In questo contesto l’agricoltura trova una nuova e più ricca collocazione, non solo per l’importante contributo in termini di valore aggiunto e di qualità delle produzioni ma anche per gli effetti di preservazione di un indispensabile equilibrio fra l’attività umana e gli elementi naturali. Auspichiamo quindi di registrare, nella normativa del Piano, tutte le misure necessarie per tradurre gli impegni in azioni concrete.
In conclusione dovrebbe risultare chiaro che il presente appello – a coloro che dovranno istituzionalmente decidere quale PTCP adottare – è destinato a proporre un diverso approccio nella pianificazione del territorio che colga l’esigenza di tutte quelle forze sociali e politiche che si impegnano per una migliore qualità della vita, basata su un ambiente accogliente ma anche su opportunità di lavoro non marginale o precario, destinate ai settori innovativi della produzione reale e dei servizi.
La Provincia non può assicurare, con un semplice Piano, nuove imprese e occupazione ma può creare le premesse perché il futuro del nostro territorio sia degno di questo nome.
Dicembre 2008
CGIL, FAI, FIPSAS, FORUM PER IL FUTURO DI PIACENZA, I GRILLI PARLANTI DI PIACENZA, ITALIA NOSTRA, LABORATORIO DI URBANISTICA PARTECIPATA,
LEGAMBIENTE, LIPU, WWF
